Com'è iniziata ...

Mi avevano detto che i figli bisogna averli da giovane.
Mi avevano detto che dopo i 35 è rischioso e anche faticoso.
Mi avevano detto che dopo i 40 è follia.
Quello che non dicevo io era che non avevo tutta questa intenzione di riprodurmi.
E niente, poi è andata che mi sono ritrovata a scrivere un blog per mamme, con un occhio di riguardo alle over 40.

giovedì 10 maggio 2012

Il guest del giovedì: Io mamma, io compagna, io

L'angolo aKuto, lo spazio del guest del giovedì, oggi ci porta un passo più in là sulla strada di mamma. Che non è una strada con un unico indirizzo, quello di mamma appunto, ma un cammino che non può, e non deve, dimenticare ciò che noi siamo: donne. Buona lettura.


IO MAMMA, IO COMPAGNA, IO

Care mamme, la nostra strada insieme continua e questo è uno dei capitoli più difficili, almeno per me, da affrontare dal momento che per la seconda volta vivrò un riassetto delle tre dimensioni di cui parleremo.
La prima dimensione è: IO MAMMA.
Come accennavo la scorsa volta nel mix di definizioni e ruoli che la società impone noi passiamo dal ruolo di figlia a quello di mamma. Cambiano molte cose, per prima ci troviamo ad affrontare i fantasmi del nostro rapporto con la figura materna. Parlo dei timori che ciascuna di noi vive o ha vissuto di comportarsi come la propria madre ripetendo quelle che per noi sono state azioni sbagliate nei confronti dei figli. Per affrontare questo passaggio è necessario affrontare in maniera chiara ed aperta con la propria famiglia le modalità educative che vogliamo utilizzare con i nostri piccoli. Spieghiamo cosa vogliamo e cosa non vogliamo che si faccia, cerchiamo di essere assertive chiarendo con tranquillità cosa ci piacerebbe che nostro figlio imparasse, che tipo di alimentazione vogliamo che segua, che tipo di giochi desideriamo svolga. Finchè ci limitiamo a guardare le nonne che viziano i pupetti circondandoli di coccole ed attenzioni senza dir nulla, ma rimunginando e borbottando per ciascuna delle loro azioni non facciamo altro che alimentare un problema. Se impariamo a “spostare un granello di sabbia alla volta” arriveremo invece a spostare le montagne senza sforzi enormi e soprattutto senza far male a chi ci sta vicino.
L’IO MAMMA si manifesta inoltre nella comprensione che noi non solo siamo presenti nell’affettività del nostro piccolo, ma dobbiamo essere anche le figure che vietano, danno regole, rimproverano quando necessario. All’apparenza niente di strano, ma nella realtà dei fatti anche questo è un possibile elemento di difficoltà: non è così semplice vedere gli altri che si affannano ad accontentare la piccola peste perché ha dei lacrimoni che scendono mentre noi siamo le uniche che cercano di fissare un limite che salvaguardi l’educazione della nostra creatura. Anche in questo caso spalle larghe ed andiamo avanti! Se crediamo in quello che stiamo facendo, se siamo convinte, almeno in quel momento, di agire per il bene dei nostri figli, questo ci deve bastare per trovare la forza di continuare per la nostra strada. Ovviamente, a mente fredda, cercate di comprendere se la vostra reazione è stata esagerata e se sia il caso di ricalibrare le nostre scelte.
Seconda dimensione: IO COMPAGNA.
Dopo rapporti più o meno lunghi, convivenze, matrimoni crediamo di aver raggiunto un buon equilibrio di coppia e invece bastano 3 kg di creaturina per sconvolgere ogni cosa. Anche in questo caso parlare con l’altro, esternare emozioni, spiegarsi sono le vie per risolvere piccoli drammi quotidiani prima che si trasformino in battaglie durissime. Di sicuro non ci serve ingaggiare una battaglia con i nostri compagni, almeno non in questa fase della nostra vita. Bene, allora parliamo e facciamogli capire che noi siamo le stesse compagne di prima, che dobbiamo costruire insieme una nuova vita, più ricca più bella e più complessa. Importante è che lo facciamo INSIEME. Già mi posso prefigurare ciascuna di voi (ci rivedo me stessa) che pianifica, organizza e definisce nella propria mente ogni cosa, peccato che se la tenga per sé pensando bene di buttarla addosso al proprio compagno nel momento meno opportuno, quando la rabbia è ad un livello tale che le parole diventano lame affilatissime. Ferme, respiriamo e ripartiamo daccapo.
Se abbiamo un desiderio proviamo a condividerlo in maniera tale che anche il nostro compagno provi con noi a pensare ad una soluzione per realizzarlo. È il nostro compagno, è la persona con la quale abbiamo scelto di metter su famiglia, è la persona di cui ci fidiamo, chi meglio di lui per condividere, risolvere, e ripartire verso una nuova avventura?!
L’ultimo elemento della triade: IO.
Io dove sono nel puzzle? Ho sorriso leggendo il post che Lawising ha scritto lunedì 7 maggio parlando della noia della domenica di pioggia affiancata all’insofferenza per la vita domestica. Quanto mi sono ritrovata in ogni parola.
Diventare madri non significa annullarsi, chi lo fa corre il terribile rischio di cadere in stati di malattia profonda.
Diventare madri significa imparare ad aspettare, aspettiamo per 9 mesi che questi piccolini arrivino, aspettiamo che si addormentino, aspettiamo che tornino alle 3 del mattino dalla discoteca, aspettiamo… così come lasciamo che questo mood entri a far parte dei nostri comportamenti nei confronti della prole dobbiamo imparare ad aspettare che torni il nostro momento. A seconda della rete di supporto che ciascuna ha (nonne, asili, tate) e del carattere del proprio bambino i tempi saranno diversi, ma ognuna di noi ha l’OBBLIGO di tornare a prendersi i propri spazi, con calma, in modo tale che ogni nuovo elemento abbia il tempo di mettersi in equilibrio con gli altri.
Così come è accaduto in ogni fase della nostra vita in cui siamo cresciute, siamo evolute, anche ora cerchiamo nuovi spazi e modalità di realizzazione, accettando compromessi con maturità. Non continuiamo a guardare al passato rimpiangendo quello che non facciamo più. Guardiamo avanti. Evolviamo. Non fossilizziamoci. Impariamo a farci carico solo di quello che riusciamo a gestire e controllare: se lavoriamo 8/10 ore al giorno come pensiamo di andare in palestra dopo il lavoro, dar la pappa al pupetto, metterlo a letto e quindi far conversazione con nostro marito? Certo lo facciamo, ma wonderwoman, se glielo aveste chiesto, vi avrebbe risposto che era frustrata, che non ne poteva più di salvare l’universo. Almeno non tutti i giorni! Togliamoci la mantellina e magari la palestra, a cui teniamo, mettiamola al sabato mattina e che il papà si goda il pupetto in quelle ore, noi torneremo a casa dal lavoro in orari più decenti e riusciremo a concentrarci sulla cena e la conversazione.
Un passo alla volta ci riprenderemo i nostri spazi, ne conquisteremo di nuovi, alcuni condivisi (io al sabato vado al teatro dei bambini con mio figlio e mi diverto!) altri tutti per noi, per sentirci bene con noi stesse, altri ancora per sentirci mogli e compagne.
Parola della settimana: CALMA.