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lunedì 2 aprile 2012

Insegnare a parlare

Pochi giorni fa mi raccontavano di una bimba di quasi 6 anni che non riesce a parlare. Non tanto, o non solo, per problemi che stanno cercando di risolvere con il logopedista, ma soprattutto perchè, pare, nessuno le ha insegnato le parole, il linguaggio.
Mi è venuta una paranoia terribile e sono 3 giorni che continuo a dire il nome delle cose a Cigolino, che mi guarda tra il divertito e l'attonito.
Mi sono chiesta come si insegna a parlare a un bambino.
I bambini imitano e questa è la prima fonte di apprendimento, sostenuta dall'osservazione e dalla loro voglia innata di sperimentare. Ma basta? Ci vogliono momenti di vera e propria didattica?
Pare di no. Cioè non è il caso di fare delle lezioncine (noiose per tutti), ma è bene focalizzarsi su alcune parole e quelle scandirle, ripeterle, amplificando il movimento delle labbra e guardando il bimbo mentre si pronunciano.
Il movimento delle labbra affascina il bambino e quindi presterà attenzione a questo "gioco". Cigolino non perde occasione per infilarmi la mano in bocca, credo cerchi la fonte delle parole.
E' bene imitare anche il loro modo di parlare, per evitare che si sentano incompresi o frustrati. Rispondere a un loro dedè, con un'altro dedè di approvazione li aiuta molto a lanciarsi nel rutilante mondo della comunicazione.
Attenzione però a non scambiare i ruoli: non è il pargoletto che deve insegnare, nè noi finire nel tunnel di una regressione infinita. Quindi, quando a parlare iniziamo noi, usare parole chiare, reali e ben scandite.
Altra cosa fondamentale è premiare i progressi, festeggiando ogni piccolo successo, ogni accenno di parola imparata.
Leggere una favola, ma anche altro, mostrando figure e cercando di coinvolgerlo è molto utile e stimola la fantasia.
In questo periodo ci stiamo concentrando su: acqua, papà, pappa, sonno/nanna, ciao. Il kit di sopravvivenza fondamentale, insomma.
Per il momento abbiamo ottenuto: gnamgnam per la pappa, dadà per papà, mugolio basso e continuo per acqua, mugolio infastidito per voglio andare a dormire. Mamma lo dice benissimo, spesso e con toni diversi a seconda delle circostanze (son soddisfazioni!). Comincia anche ad essere chiara la parola "no".
Siamo lontani dalla formulazione di parole vere e proprie, ma almeno ci capiamo.
Ho trovato anche le tappe di sviluppo del linguaggio, giusto per avere una mappa.
Più o meno, ci siamo. Ovvio che adesso le tappe le dimenticherò, trovo fuorviante confrontarsi con classifiche e tabelle: i bambini sono essere umani, con i loro tempi, le loro abilità e anche le loro priorità.
Cigolino, per esempio, ha iniziato a gattonare (a stile libero) per cui è molto, ma molto occupato a individuare: prese di corrente, oggetti pericolosi da mettere in bocca, polvere più o meno nascosta, il gatto, le ciabatte di famiglia, il cavo del pc, per avere anche l'energia per chiacchierare in modo appropriato.
La paranoia si è in parte placata. Però ci tengo che impari a dire acqua, perchè quando si sveglia di notte io sono troppo rimbambita per indovinare subito che di sete si tratta.
Acqua e tutto diventa più semplice, no?

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Mi ha sempre molto colpito la teoria sul linguaggio nel bambino che ho letto per la prima volta in un libro di Aldo Carotenuto. Non penso sia sua ma non ricordo il nome del pedagogista che l'ha formulata. Pare che la difficoltà a parlare sia dovuta ad una mancata differenziazione del bambino rispetto alla figura materna. Qualora la simbiosi si sia protratta oltre il periodo necessario e il bambino non riesca a riconoscersi come figura autonoma rispetto alla madre avrà difficoltà a parlare. Infatti il linguaggio è un ponte, è il ponte tra me e te. Parlo perchè ti riconosco come figura diversa da me e perchè capisco che attraverso la parola posso raggiungerti. Altrimenti non ho bisogno di parlare, tu che sei la mia mamma, e quindi parte di me, parlerai per me. Questa teoria mi ha molto colpito e ho pensato che dunque un bambino con tappe di sviluppo normali difficilmente avrà grossi problemi con l'iniziare a parlare. LISBET

Anonimo ha detto...

ciao Wisi, la maniera più semplice per insegnare ad un bimbo a parlare è chiamare le cose con il loro nome (quindi non chiedere: vuoi questo o quello ma vuoi la mela o la banana e indicando) e non correggere il suo modo di esprimersi ma riperere la parola nella maniera corretta senza dire "si dice cosi o ripeti con me" (lui dice "Voio" tu ripeti "voglio") perchè per lui in quel momento è il modo corretto di ripetere la parola e se tu riperi "Voio" lui impara la pronuncia sbagliata. Ultima cosa, parla e parla perchè lui impara ascoltando te e, scusa se lo ripeto, non storpiare le parole (lo so che è bello e tenero il loro modo di parlare ma è, appunto, il loro!)
ciao Claudia

wising ha detto...

Sull'esattezza di pronuncia sono tassativa, anche perchè mal sopporto chi parla scimmiottando un linguaggio infantile :) Invece non sono una gran chiacchierona per cui mi devo ricordare di parlare ad alta voce, di non seguire solo il filo dei pensieri.
Sul fatto de riconoscimento di sè stesso come figura autonoma ... beh ... poverino ... mi vede poche ore al giorno, se ne sarà già accorto. Baci